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Brrrividi d’ammmore

Io odio il freddo.
Davvero, datemi 40 gradi, anche umidi e ne uscirò comunque in qualche modo. Sudata, ma col sorriso e di buonumore. Il freddo invece mi fa proprio girare le palle.
Bene, questo cappello era necessario per raccontarvi la mia serata di ieri.
I genitori di Tamino sono in vacanza. Circa 20 giorni in Thailandia. Hanno fatto benissimo, spero che si divertano e riposino e abbronzino.
Sempre i suddetti genitori hanno due amorosissime micette. Le padrone di casa. Davvero, se dovessi rinascere gatta vorrei essere trattata come loro. A me gli animali piacciono, ma non ci impazzisco. Per intenderci, non sono una di quelle che come vede un cane/gatto/serpente/iguana/pappagallo/topolino si scioglie in tenerezze e inizia a puccipucciare e amorinotesoroso e amoredellamamma etc etc.
Prima della partenza la Tamino famiglia si è raccomandata col mio fidanzato: dai da mangiare alle gatte e se puoi dormi/dormite ogni tanto da loro, sennò si sentono sole. prima che mi diciate che è giusto, sappiate che c’è anche un’altra persona, che con regolarità le nutre e passa del tempo con le palline di pelo fusanti.
Ieri il piano era: uscire dal lavoro, raggiungere Tamino a casa dei suoi, aspettare che lui si docciasse e andare a cena fuori. Poi ok, dormire lì.
Arrivo. Il gelo. Ma non per modo di dire. Proprio il gelo. Di certo le due porte finestre socchiuse per consentire alle gatte di andare e venire non aiutano.
“Amore, magari accendiamo un po’ il riscaldamento?”
Lo guardo e dall’espressione capisco che il riscaldamento non funziona.
Morto.
Kaputt.
Anche la settimana scorsa aveva dato problemi, tanto che poi Tamino lo aveva staccato e si era magicamente acceso da solo senza spegnersi mai.
A questo giro nulla.
Mi tengo il piumino addosso e intanto lui si fa la doccia.
Cioè, ci prova.
“Amoooore, mi controlli se la caldaia ha la fiamma pilota accesa?” mi ulula dal bagno.
Io non ci capisco niente della mia, di caldaia. Figuriamoci di quella di un altro.
Esco, non vedo nulla, andiamo avanti per 5 minuti e poi lui, nudo nudissimo ma con indosso il mio piumino, mi dà indicazioni dalla porta della terrazza mentre io smanaccio sui pulsanti. Nulla. Kaput. Niente acqua calda. Si lava al freddo e al gelo con un po’ d’acqua scaldata nel bollitore. Il passo successivo è il parto in casa, con la levatrice che chiede: “presto, dei panni puliti!”
Intanto salta la luce.
E lui è sempre nudo.
E cerca una torcia e controlla.
E la luce è saltata giù, nel vano condominiale. Eccerto, sennò era troppo facile.
E scendi le scale e trova l’interruttore, e riattaccalo e risali.
Stanotte abbiamo dormito lì.
Mi son meravigliata di avere ancora il naso attaccato al suo posto, stamattina. Mi son vestita restando sotto le coperte.
Ve lo ricordate cosa ho scritto in apertura di post?
Ecco, se non è amore questo…

 

Occhi rossi

Da Ikea al volo ieri sera, per un cambio merce.
Giro a velocità warp.
Tamino: “Certo che gli svedesi hanno un concetto tutto loro di design: betulla ignuda e tende rosse a pallini!”
La Copy: “A me le tende rosse a pallini piacciono assai. Ma lo so che non sei ancora pronto…”
Tamino: “Beh, puoi sempre aspettare che mi venga la cataratta!”
Risate, applausi, sipario.

 

In ordine, crescente

Sabato, casa di Tamino.
LaCopy sistema un milione di vasetti di spezie, spostandoli dalla cappa aspirante sopra i fornelli all’interno di un pensile.

All’improvviso, una voce: “Ma quindi adesso tu sistemerai e sposterai tutte le MIE cose secondo un criterio del tutto TUO, arbitrario e personale, che chiamerai ORDINE?”.

Ecco, ho riso talmente tanto che stava per venirmi mal di pancia.

 

Cronaca di ordinaria follia

In ritardo (lo so, ma son stati giorni parecchio intensi), ecco un riassunto semiserio della sfilata di giovedì scorso.
Tranquille e rilassate come due gazzelle svampite in che si rendono improvvisamente conto di star passeggiando in mezzo a un branco di leoni, io e L’Apprendista ci siamo recate sul luogo dell’evento intorno alle 11. Abbiamo anche provato a entrare con la macchina, visto che il luogo deputato era (ed è) un parcheggio. Ma ahimè, gli ArchiAPezzi non avevano previsto dei pass parcheggio per noi. Abbandonata l’auto in mezzo a una strada secondaria, siamo entrate. Lo scenario: un freddo buco (l’impianto di riscaldamento non era arrivato) e un panorama quasi lunare. In pratica il quasi nulla. Paura. Paurapaurapaura. Le modelle nel backstage stanno appiccicate alle stufe. Peccato che salti la corrente a oltranza e quindi serva a poco. I ferri da stiro? Ci sono. E le assi da stiro? Ah, servivano anche le assi? nooo, di solito la roba si stira appoggiandosi al muro! L’Apprendista effettua la prima di una lunga serie di spedizioni in giro per la città, per recuperare gli elementi mancanti. Arrivano gli addetti alle liste e al guardaroba. E gli stand e le grucce? Ah, ma andavano portate le grucce? Grrrrr!!! Intanti i traceurs per ingannare il tempo non trovano di meglio da fare che arrampicarsi su e giù, giù e su per la struttura esterna del parcheggio. Li guardo e mi viene la nausea da altezza e precipizio. Ma loro saranno abituati, penso. Spero, più che altro. Poi si spostano fuori e inziano a saltarearrampicarsigirare per la piazzetta. C’è un tipo nerovestito che cerca di emularli e perde 5 kg e un paio d’anni di vita per fare un salto che loro fanno con nonchalance. Intanto è ora di pranzo. Ma il pranzo non c’è. Anzi, sì, anzi, no. Anzi, arriva la prima tranche. E la seconda non se la fila nessuna. Controllo liste. mancano nomi, aggiungi dei nomi, togli dei nomi, sposta dei nomi. Temo che qualcuno resterà fuori. L’ufficio stampa/PR di Milano cazzeggia, al solito. Il regista continua a prendersi delle maledizioni, è tardi e ancora non è stata fatta nessuna prova. Qualcuna colpisce il segno: sbatte la testa sulla protiera della macchina e lo vediamo riapparire con un vistoso cerotto sul sopracciglio (LOL!). PesoPiuma scalpita e ha ragione. Le truccatrici truccano, gli hair stylist montano i capelli delle modelle. Ma dov’è la modella orienatle? nah. Boh. Sarà andata a fare shopping. Dopo 10 minuti la vediamo arrivare, con una flemma surreale. I traceurs storcono il naso davanti alla loro tenuta da sfilata. Non vogliono farsi truccare. Scappano e ridono e si vergognano. Un bambino di 5 anni fa meno storie, ma poi alla fine sono bellissimi, tutti di biancovestiti. L’Apprendista offre gentilmente casa sua per un cambio abiti e restauro veloce. Andiamo e in mezz’ora riusciamo a: lavarci, cambiarci, pettinarci truccarci. In 3. Donne. Pare incredibile. Torniamo e assistiamo alla prima vera prova. Sono le 20.30. L’adrenalina sale. L’ingresso comincia a riempirsi di persone. Tamino mi tiene la mano e mi tranquillizza. Lo stordisco presentandogli un milione di persone. “Ah, ma sei tu il fortunato?” “Eh, più che fortunato, rassegnato!”. Alle 21.30 parte il countdown. Le porte cadono, la gente sciama all’interno. Parte la musica.
I ragazzi del parkour sono carichi: la performance è convolgente. Le modelle sbrilluccicano e sfilano tra i salti e le capriole dei traceurs. Finisce troppo presto.
Nell’abbraccio tra noi dello studio c’è tutta la tensione finalmente scaricata.

 

Questione di sfumature

Pomeriggio dell’Epifania all’Ikea. Riuscite a pensare un modo migliore di trascorrere l’ultimo giorno di festa? (Sì, lo so che ci riuscite, ci riesco pure io, non pensate male eh!)

Dicevamo: all’Ikea per scegliere l’armadio. Intanto: tocca fare zig zag tra famiglie al pascolo, signorotte bene che scroccano il caffè senza averlo pagato, architetti in cerca di ispirazione e commessi (giustamente) isterici. Raggiunta la postazione planner armadi, io e tamino cominciamo a creare. Il parto è lungo, ma fruttuoso: un paio, forse tre soluzioni che ci convincono. Arriviamo alla Soluzione, quella con la esse maiuscola. Bianco e nero. Semplice. Senza pensili. Funzionale. Economico.
Beh, vi chiederete, dove è il problema?
Eh.
Il “problema” è il bianco.
Non è possibile, ribatterete voi, il bianco è bianco, non si scappa. Non è un colore tipo il verde, che ne esistono seimila varianti (erba, smeraldo, acido, marcio, erba secca, erba appassita, smeraldo in purezza, smeraldo finto, sottobosco, sottobosco in autunno and so on…),
E invece no.
Io lo vorrei lucido.
Sono del Leone, TUTTO deve essere lucido. A onor del vero, tutto dovrebbe essere lucido e colorato, ma temo sempre che Tamino mi faccia internare in un ospedale psichiatrico, lui così essenziale, così bianco, nero, grigio, al massimo alluminio.
Io lo vorrei lucido, lui opaco.
Sono riuscita a tritarlo per mezz’ora, impermalosita e stizzita, per il lucido.
Poi, ho ceduto.
“Ok, facciamolo opaco!” ho detto con una lucetta mefistofelica nelgi occhi.
“Sicura?” mi ha chiesto lui, dubbioso della mia resa.
“Certo. Così in cucina possiamo mettere le sedie gialle.”

A un occhio attento non sarà sfuggito l’uso del plurale (possiamo).
A un occhio ancora più attento, non sarà sicuramente sfuggito che adesso ho una potente arma di ricatto. (”Amore, mi porti un caffè?” “Eh, te lo porterei volentieri, ma purtroppo sto pulendo le ante opache che hai voluto tu!” etc etc).

Sarà per questo che stamattina, al telefono, mi sono sentita dire: “Ci ho pensato sai? Facciamole lucide, come vuoi tu!”
Acc. Mi ha fregato.

 

Scheletri&armadi

Che poi in realtà gli scheletri non ci sono, anche perché io e Tamino non abbiamo ancora l’armadio.
Sabato ci siamo sciroppati un tour de force tra: Krea, Mobil Discount, Mondo Convenienza* e non mi ricordo più cosa. Il tutto per poi arrivare a dire: ok, ripensiamo meglio a mamma Ikea, che magari una soluzione c’è.
Ieri ho studiato tutto il catalogo e ho propinato al Tamino una serie di proposte esteticamente gradevoli, più o meno pronunciabili e economicamente sostenibili.
Resta da vedere se sono psicologicamente affrontabili, ma son cose da poco.

*Avete notato come ti entra nel cervello il jingle di Mondo Convenienza? Non tanto la prima parte (”Mondo Convenienza, la nostra forza è il prezzo!) quanto la seconda (”Dibididdàdduà!”), che ho continuato a riproporre per tutta la sera a un pazientissimo Tamino.